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U2: SONGS OF EXPERIENCE

Sono sempre gli U2, ma come non li avete mai sentiti.

“Songs of experience” è forse il disco più sofferto della loro carriera: sembrava già pronto tre anni fa, quando uscì “Songs of innocence”, una sorta di gemello. Invece ora abbiamo capito che è un fratello maggiore, più adulto, nato dopo una lunga gestazione.

La band stessa ha raccontato in diverse interviste il grande lavoro dietro le quinte di scrittura, riscrittura, incisione e reincisione. Il disco era già pronto l’anno scorso, a qualche addetto ai lavori era già addirittura stato fatto ascoltare.

Poi il mondo è cambiato, la band è tornata prima in studio, poi in tour per celebrare “The Joshua tree” e la sua attualità nella “nuova” America. Ora abbiamo 13 nuove canzoni (14

 

se contiamo “Book of your heart”, tra le bonus): possiamo solo immaginare quante versioni abbiamo portato al risultato finale. Bello e spiazzante. Per dirlo con le parole di George Michale: “Listen without prejudice”. Ascoltate questo disco qualche volta, perché il primo impatto fa un effetto strano. Poi le canzoni crescono, e crescono. E rivelano una band che non rinnega le le sue origini, anzi. Ma guarda avanti e cerca nuove strade. L’approccio della band è per certi versi simile a quello di “No line on the horizon”: cercare nuove soluzioni da applicare una forma-canzone consolidata.

Solo che là c’erano Brian Eno e Daniel Lanois a marcare una continuità sonora con il passato. Qua il team di produttori (Jacknife Lee, Ryan Tedder, Steve Lillywhite, Danger Mouse…) ha dato alle canzoni un suono diverso, più ricco di sfumature e contemporaneo. E gli U2 si spingono più in là rispetto ai brani dritti di “Songs of innocence”, con delle “curve ball”, dei lanci che quando meno te lo aspetti cambiano direzione. E tu, che stai cercando di colpire la palla, rimani fermo a vederla passare in un punto diverso da quello che immaginavi. Poi c’è la voce di Bono: è lui, più della band, il vero protagonista:“Songs of experience” è stato presentato come un “disco di lettere” del cantante alle persone a lui care.

L’amore, in ogni sua forma, è come quasi sempre al centro delle canzoni della band. Ma più che le sue storie, la protagonista è la voce, che sovrasta tutto: uno schiaffo emozionale in faccia. Ecco “Songs of experience” canzone per canzone. Love Is All We Have Left Una sorta di intro, poco più di due minuti, la voce di Bono su un tappeto di tastiere: Hey this is no time not to be alive/Love and love is all we have left", canta. Alla fine la voce è filtrata dal vocoder, con un effetto un po’ robotico, un po’ alla Bon Iver. Prodotta da Andy Barlow (Lamb). Lights of Home “Hey, I’ve been waiting to get home a long time", canta Bono: si apre come un rock acustico, decolla con un ritornello tipicamente agli U2, che porta verso un finale con un assolo The Edge quasi pinkfloydiano e un coro finale beatlesiano: "Free yourself to be yourself/If only you could see yourself".

Il tono riflessivo ed un po’ nostalgico del disco viene messe subito in chiaro: "If I can’t get an answer In your eyes I see it/The lights of home". Il pezzo è co-accrediato alle Haim, che sono presenti nel brano: la canzone usa come base il giro di basso della loro "My Song 5" del 2014. You're The Best Thing About Me La “lettera” alla moglie, in cui Bono canta "I’m the kind of trouble that you enjoy". La canzone usata dalla band per far conoscere il disco, fatta ascoltare alla stampa e alle radio già a luglio, e in testa all'airplay radiofonico da sette settimane. La conoscete, un mix di riconoscibilità e aperture che cambiano passo alla canzone, come succede spesso nel disco. Gli archi sono dell'italiano Davide Rossi (noto per il suo lavoro su "Viva la vida" dei Coldplay), che firma anche quelli di "Landlady" Get Out of Your Own Way Un amico americano che lavora da anni nel music business me l’ha definita “Il miglior singolo degli U2 da molto tempo”.

Il ritmo incalzante, l’apertura che arriva subito, il ritornello con il coro, ma una scansione delle parole ritmata, diversa dal modo solito di cantare di Bono, la chitarra di The Edge. Classici U2: "Nothing‘s stopping you except what’s inside/I can help you but it’s your fight". American Soul La voce di Kendrick Lamar ("Blessed are the superstars for in the magnificence of their light we understand better our own insignificance/Blessed are the filthy rich for you can only truly own what you give away, like your pain") fa da ponte tra la canzone precedente e questa. E' il brano più politico del mazzo. La musica è un rock-stomp che cita i White Stripes e riprende “Volcano” dal disco precedente; le parole raccontano il punto di vista di un immigrato: “For refugees like you and me, a country to receive us/Will you be my sanctuary, Refujesus".

Summer of Love Un arpeggio particolare, un suono di chitarra diverso da quello solito di The Edge, apre un mid tempo, un pop-song contemporanea (mi ricorda un po’ Ed Sheeran, e non è un’eresia) che finisce in crescendo e con un’apertura melodica più tradizionale e con gli archi che esplicitano il tema mediorientale del brano “I’ve been thinking ‘bout the West coast, Not the one that everyone knows/In the rubble of Aleppo, Flowers blooming in the shadows/ For a summer of love". Lady Gaga è ai cori Red Flag Day Un giro di chitarra secco, da rock anni ’80, e un paio di cambi di tempo: una canzone che ricorda i primi U2 e i Police, ma con la maturità attuale (da notare le tante sfumature sonore in sottofondo, come la chitarra sul ritornello).

"Paradise is a place, you can’t see when it’s yours", canta Bono. E il tema dei migranti che torna un'altra volta: Not even news today, so many lost in the sea last night/ The one word that the sea can’t say is no, no, no, no…." The Showman (Little More Better) Un rock ’n’ roll dall’andamento anni ’60, quasi kinksiano. Ritornello retrò, in cui Bono scrive una lettera a se stesso, riflettendo suo ruolo di performer sotto i riflettori: "The showman gives you front row to his heart/The showman prays his heartache will chart". Un pezzo strano, e contagioso. The Little Things That Give You Away Una stupenda canzone sulla perdita dell’innocenza, sul trovare comunque la speranza. "Sometimes I can't believe my existence/ See myself from a distance/I can't get back inside", ma anche "but I can see through the tears/Sometimes". La versione di studio è ancora più bella ed emozionante di quella suonata dal vivo alla fine delle date del Joshua Tree Tour: il crescendo finale con la voce di Bono e la “Infinite guitar” di The Edge è veramente da brividi. Landlady Una canzone delicata, quasi voce e chitarra: “Space, her place is where I found my parking space/And when I’m losing ground, you know she gives it back to me/She whispers “don’t do, just be”. Un’altra canzone sul potere salvifico delle donne. The Blackout Altra canzone già nota: la versione di studio è nettamente meglio di quella live diffusa qualche settimana fa.

Un rock che richiama i Clash più maturi (già citati in “Songs of Innoncence”). C'è luce in fondo al tunnel in cui siamo capitati? A big moutha ays the people they don't want to be free for free/ The Blackout, Is this an extinction event we see?", ma anche "In the darkness where you learn to see" Love Is Bigger Than Anything in Its Way Un’altra di quelle canzoni “Alla U2”, ma con suoni un po’ diversi, come i cori filtrati che aprono il brano, e con cambi di direzione, una nuova rivisitazione del tema più caro a Bono: “Love is the only luggage you can’t leave behind”, cantava anni fa, e oggi canta (ai propri figli?): "So young to be the words of your own song /I know the rage in you is strong/ write a world where we can belong to each other and sing it like no other".

13 (There is a Light) La tipica “conclusione di disco alla U2” con una canzone delicata e di sperenza, che nel ritornello riprende la frase centrale di “Song for someone” da “Songs of Innocence”: "If there is a dark that we shouldn’t doubt/ And there is a light, don’t let it go out/Cause this is a song, a song for someone/ someone like me". Le canzoni della versione Deluxe “Ordinary Love (Extraordinary Mix)” è il brano già diffuso nel 2013 come colonna sonora del film su Mandela, in una versione quasi dance, tema che ritorna anche . in “You're The Best Thing About Me”, remixata da Kygo). “Lights of Home (St Peter's String Version)” gioca su una parte ritmica di archi che sostengono tutta questa versione, molto più piena di quella “regolare”. La vera chicca è “Book Of Your Heart”, che parte con un tappeto elettronico minimalista, e la voce di Bono, per poi aprirsi con la infinite guitar di Edge e terminare con una melodia quasi alla Radiohead: una delle canzoni più belle del disco: We are not fictitious characters/But we don’t belong to this world/ The book, the book of your heart/One tiny mark, an entry/In the book of your heart".

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