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VINICIO CAPOSSELA: CANZONI DELLA CUPA

Giovanni Ansaldo, giornalista di Internazionale Vinicio Capossela è un nomade della musica.

Ha il vizio, coltivato negli anni, di affrontare ogni disco come un viaggio. Le sue canzoni si nutrono avidamente dei luoghi che visita, dai quali prende storie, suggestioni, immagini. Figlio di immigrati italiani, ha lasciato da giovane Hannover, dov’era nato, e ha battuto in lungo e in largo bar, teatri e sale da concerto dell’Emilia-Romagna prima e dell’Italia intera poi. Dopo aver

 

messo le radici a Milano, ha continuato a viaggiare, in luoghi fisici e immaginari. Ha saccheggiato in modo brillante la letteratura più varia, da John Fante a Louis-Ferdinand Céline, condensandola in album come Il ballo di San Vito e Canzoni a manovella. Negli anni 2000 si è avvicinato a modo suo alla fede e al mito con la preghiera laica di Ovunque proteggi, forse il suo album più riuscito.

Negli ultimi anni Capossela è andato soprattutto per mare, un po’ alla caccia di Moby Dick (Marinai, profeti e balene), un po’ alla scoperta del rebetiko in Grecia (Rebetiko gymnastas). Ma dopo tutto questo peregrinare, ha deciso di tornare indietro, per riscoprire le sue origini. Canzoni della Cupa, il suo nuovo disco, è un viaggio in Alta Irpinia, terra montuosa nella provincia di Avellino dov’è nato suo padre, Vito.

Canzoni della cupa, che uscirà il 6 maggio, è un album doppio di 28 canzoni, diviso in due parti, Polvere e Ombra. Si apre con il canto di lavoro Femmine e si chiude con Il treno, un brano sospeso tra echi morriconiani e ritmi sudamericani. Il cantautore ci ha lavorato a fasi alterne per ben 13 anni. Dentro al disco ci sono molte delle storie già tratteggiate nel libro (diventato anche un film) Il paese dei coppoloni. Il primo “lato”, come lo definisce Capossela, è fatto di canzoni folk riprese dalla tradizione del sud Italia. Per costruirlo, il cantautore ha attinto da canti di paese, sonate e ballate trobadoriche, ma anche dal repertorio di cantautori italiani del passato: uno su tutti Matteo Salvatore.

Il secondo lato, scritto interamente da Capossela, è quello dedicato al bestiario delle creature della Cupa e alle processioni religiose. Capossela l’ha registrato insieme a diversi musicisti italiani, come Antonio Infatino, la Banda della Posta e Giovanna Marini, ma anche ad artisti statunitensi come i Calexico, Howe Gelb e David Hidalgo dei Los Lobos. Vinicio Capossela ci ha accolto nel suo studio milanese per raccontarci com’è nato il disco, di fronte a una tazza di tè verde. Quando parla delle nuove canzoni fa spesso lunghe pause e sembra pesare ogni parola, mentre si accarezza la lunga barba, aggiustandosi l’immancabile cappello nero.

Canzoni della Cupa ha avuto una gestazione lunga. Perché? Questo album richiedeva tempi agricoli. Bisognava seminare, far crescere le cose e poi fare la mietitura. È un disco che nasce dalla terra e per questo ne ha rispettato un po’ i tempi ciclici. Ho cominciato a registrarlo nel 2003 in Sardegna. Negli ultimi due anni, dopo aver finito il libro Il paese dei coppoloni, ho rimesso mano anche alle canzoni. È come in agricoltura: se perdi la vendemmia a settembre, devi aspettare l’anno successivo per recuperare il tempo perso.

Il primo lato, Polvere, si apre con un canto di lavoro, Femmine. Com’è nato il brano? È stato scritto nel 2003. È un canto tradizionale salentino che parla delle tabacchine, le donne che lavorano nei campi di tabacco, ed è un brano tradizionale salentino. È il primo pezzo di Canzoni della Cupa che ho registrato. Per l’arrangiamento mi sono ispirato ai canti di lavoro registrati dallo studioso Alan Lomax negli Stati Uniti. È l’apertura ideale dell’album, perché delinea il paesaggio dove stiamo entrando: una terra assolata, di schiene chine, pervasa da una femminilità ancestrale dove convivono religione, superstizione e sudore. Anche il secondo pezzo, Il lamento dei mendicanti, ci trasporta in questo mondo che non ha un tempo definito.

L’essere senza tempo è una delle caratteristiche del folk, del resto. Una canzone di Woody Guthrie valeva allora come oggi. Possiamo dire lo stesso di Canzoni della Cupa? Certo. I mendicanti c’erano già nel medioevo, ben prima che nel latifondo degli anni cinquanta. In un altro brano intitolato il Il forestiero, un adattamento di Lu furastiero dorme la notte sull’aia di Matteo Salvatore, si descrive la figura del lavoratore stagionale nei latifondi. È uno sfruttato, un emarginato. Anche oggi ci sono figure simili, solo che magari hanno un altro colore della pelle e viaggiano su imbarcazioni di fortuna. Il folk racconta la condizione umana senza collegarla troppo ad un’attualità che altrimenti diventa subito datata. Si è sempre cantato per farsi coraggio.

C’è un certo snobismo nei confronti della tradizione folk italiana, non credi? Perché da noi non c’è stato un Alan Lomax? Abbiamo un grande patrimonio di brani folclorici, di canti di lavoro, di canti anarchici. L’hanno studiato più all’estero che in Italia. È terribile quello che non si è saputo fare della musica folk italiana, che negli anni sessanta e settanta ha avuto delle straordinarie scene sperimentali con musicisti come Antonio Infantino, che suona anche in Canzoni della Cupa, i Tarantolati di Tricarico, Enzo Del Re, Giovanna Marini. Lo stesso Matteo Salvatore, che è stato un grande cantautore, è stato spesso trattato come una macchietta.

Ci sono molte figure femminili nell’album. È un caso? È inevitabile. Questa materia trasuda femminilità in tutte le sue forme: da quella alta a quella bassa, dalle spose alle masciare, cioè le streghe. C’è la donna sospirata e quella insultata, come nella serenata a ingiuria Faccia di corno, dove l’amante prende a male parole la donna affacciata alla finestra. C’è quella inaccessibile di La padrona mia, che descrive una sensuale padrona della masseria. C’è la donna sensuale in Franceschina la calitrana, che durante la costruzione della ferrovia si fa amica dei costruttori, che sono quelli che hanno i soldi, ma ignora i manovali.

Un pezzo che mi è molto caro è Il lutto della sposa, che parla di una donna che è triste perché abbandona la sua famiglia di origine per entrare a far parte di un’altra. Come dicevo, è un disco che trae origine dalla terra generatrice, che è il simbolo femminile per eccellenza. Infatti ci sono molte voci di donne nel disco, da Giovanna Marini a Enza Pagliara, fino ai cori di donne anziane che ho registrato sul posto. Passiamo al secondo lato, quello dove ci sono brani che hai composto tu e dove descrivi le creature della Cupa.

Perché hai questa ossessione per i bestiari? I bestiari nascono per ingigantire paure. Da piccolo ti dicono di non affacciarti nel pozzo perché sennò ti prende il demone Maranchino. Mio padre mi ha raccontato che fino a poco tempo fa, ma ora non più, riusciva a impaurire il nostro nipotino con i canaglioni, che sono dei grossi cani. Le creature della Cupa restituiscono al mondo un suo mistero, ma hanno anche una funzione sociale. Nel mondo che studiava Ernesto De Martino, dove non c’era lo psicoanalista, il disagio psichico si curava con il mito e le ritualità magiche. Dare un nome ai propri demoni è un modo per cercare di ricomporre le fratture del mondo. A forza di accendere luci sulle cose, abbiamo perso per strada l’immaginazione, la dimensione smisurata delle cose. Qual è la tua creatura preferita? Sicuramente il pumminale.

Tutti noi ci trasformiamo in licantropo quando usciamo di notte per dare sfogo agli istinti più bestiali. Sono affezionato alla figura del licantropo, perché è una bestia melanconica. Mi piace in particolare il mannaro “verso pelo”, che ha il pelo dentro: il mannaro c’è, ma non lo vedi. Ma la Cupa cos’è? In Alta Irpinia la Cupa è il nome di una contrada dove c’era poca luce. Qui, vuole la leggenda, c’era una creatura misteriosa che a volte si mostrava con le sembianze di un neonato.

La Cupa non è altro che il male, il Diavolo, quello che nella teologia moderna viene chiamato l’Avversario. Una volta un monaco mi disse: “Stai attento, perché a chi Dio dà più talenti lo pone più repentaglio dell’opera dell’Avversario”. Parlando di religione, c’è un brano che parla di culti pagani che s’intitola Componidori. Com’è nato? È l’unico pezzo che non proviene dalla tradizione del sud Italia, ma dalla Sardegna. La prima registrazione del disco l’ho fatta a Cabras, un posto con le case basse che sembra il Messico. Mentre ero lì una ragazza mi ha parlato del cerimoniale della sartiglia. È una perfetta esemplificazione del rito della festa, che per un giorno eleva a dio uno degli uomini più meritevoli della comunità. Alla fine delle festa, lo buttano per terra. Viene accerchiato dalle donne e capisce che “è meglio fottere che comandare”. L’album si chiude con Il treno.

Qual è il significato di questo brano? È il simbolo della fine di una comunità, di un’Italia che non c’è più. Il treno appare come una specie di uccello nero, si prende tutti i paesani e li porta via. È lo strumento feroce sognato da Francesco De Sanctis per far arrivare la luce del progresso nel sud a fine ottocento. La ferrovia doveva essere la grande opera che collegava queste terre al resto del mondo. Ma alla fine è servita soprattutto per svuotare i paesi. Presentando il film Il paese dei coppoloni, hai dichiarato che oggi si cerca di riempire questi luoghi abbandonati in modo violento, con centrali eoliche e discariche.

Qual è il rapporto tra queste terre e la modernità? C’è una politica precisa, credo, per svuotare questi posti e tagliare i servizi. Più gente se ne va, meno opposizione c’è al saccheggio energetico e allo smaltimento dei rifiuti. C’è un desiderio diffuso di accentramento, con lo scopo di uccidere i piccoli comuni sotto la scure dell’economia. Ma questa è una visione molto miope, perché in realtà le terre dell’interno dovrebbero essere il vero polmone del nostro paese. Quello che ci rimane, al momento, è un campo abbandonato. E mi fa rabbia, perché questi luoghi dovrebbero essere il nostro campo fiorito, il posto dove andiamo a prendere una boccata d’ossigeno.

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